Il Desiderio di insegnare

La scuola è un ambiente di apprendimento che sta attraversando un cambio paradigmatico straordinario. Il livello di consapevolezza di questa trasformazione ne determinerà il ritmo e la qualità dello sviluppo.

E’ ancora possibile motivare docenti, famiglie e studenti ad un senso di appartenenza fondato sulla fiducia reciproca?

Come sostenere i docenti in un momento in cui la fatica, la complessità delle relazioni e l’eccessiva ridondanza delle azioni formative allontanano dal desiderio originario che li ha spinti ad insegnare?

Il Desiderio. Forse proprio da qui occorre partire. Dal desiderio di insegnare e di imparare.

E viene in mente Platone e la sua Lettera VII: “Non è questa mia, una scienza come le altre: essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma si accende da fuoco che balza: scintilla che nasce all’improvviso, nell’anima dopo lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di sé medesima”.

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Cura dell’esistenza

Le parole che usiamo per descrivere i risultati scolastici e l’esperienza che facciamo rischiano di cancellare ciò che è essenziale. A volte ci mancano parole (dispositivi di valutazione?) per individuare la bellezza della traversata e non solo l’approdo, non tanto dove un ragazzo è arrivato ma quanta strada ha fatto, le sfide che ha superato, i vincoli di contesto con i quali ha dovuto fare i conti.
Le nostre narrazioni (registri elettronici, pagelle on line…) non dicono nulla sulla qualità della relazione che in quelle ore viene stabilita e nulla su quello che “passa”, nulla sullo sguardo che dà coraggio, nulla sulla bellezza di una carezza incoraggiante, nulla sulla serietà di un rimprovero che dice spessore morale, nulla sul coraggio preso a due mani per affrontare un’incompetenza appresa da bambino, nulla sulla qualità dei contenuti scambiati con i genitori.
A scuola comunque ci andiamo con amore e abbiamo cura dell’esistenza dell’altro. E se questo resta spesso implicito, impensato, sotto traccia, ogni tanto vale pena di raccontarlo.

Apertura alla vita

Crediamo in una scuola vitale, relazionale. Una scuola che alleni a pensare e ad abitare questo tempo e quello che verrà. Ci chiediamo però se un curricolo per competenze non rischi di trasformarsi in una bolla pedagogica in assenza di una seria riflessione su che cosa valga la pena di imparare.

Se la Scuola si limita ad essere il luogo della conoscenza strumentale e l’apprendimento una risposta di adattamento, perde la sua vocazione originaria, quella di essere luogo di incontro con la problematicità costitutiva di ogni autentico sapere.

Ma lo spirito di ricerca e di domanda, l’apertura a ciò che non si conosce e il desiderio di imparare hanno bisogno di educatori e insegnanti emotivamente responsabili.

Intreccio di legami

Perché non partire dalla Scuola per riscoprire un legame sociale che faccia sperimentare la comune appartenenza alla comunità umana? Perché non pensare la scuola come ambiente “relazionale” capace di integrare emozioni, sentimenti con valutazioni e misurazioni.
Forse anche la scuola possiede un emisfero sinistro, razionale e analitico, e un emisfero destro, capace di emozionarsi, e operare sintesi non lineari. Se anche la scuola possiede fasci nervosi che connettono persone, idee, generazioni, sembra urgente una rinnovata e inedita capacità di legame da parte degli adulti nei confronti degli studenti, degli studenti tra di loro e di tutti con l’ambiente circostante.
Questa scuola che insegnerebbe ad integrare caos e controllo, imprevedibilità e certezza, diventerebbe un ambiente educativo pregnante e  uno spazio simbolico in cui costruire significati. Crediamo che “pregnanza” e “significatività” siano costrutti che vadano riportati al centro del dibattito educativo e scolastico.